Alla ricerca di Adriana Motti

Una delle traduttrice della mia amata Karen Blixen è stata Adriana Motti.

Più volte negli anni ho fatto delle ricerche su di lei – ad esempio mentre scrivevo la mia tesi – ma non ho mai trovato granché.

L’unica intervista che ho trovato è quella rilasciata a Luca Sofri nel 1999.

Poi recentemente mentre curiosavo in rete mi sono imbattuta in suo nipote. Senza pensarci troppo l’ho contattato.

Tommaso è un ragazzo gentilissimo e disponibilissimo. Lui e la sua famiglia sono gli attenti e rispettosi custodi della memoria di questa donna riservata.

Questa è stata la nostra conversazione.

Il tuo grado di parentela con Adriana Motti ?
Per me è sempre stata zia, anche se in realtà era la zia di mio padre.

Quali lingue conosceva? Che studi aveva fatto?
Dopo il liceo classico ha frequentato la facoltà di lettere senza laurearsi. Per raggiungere il traguardo le mancavano pochi esami (un paio), ma uno di questi era latino, che non aveva mai sopportato e che quindi non superò.
Conosceva il francese a livello scolastico, anche se la sua carriera di traduttrice iniziò con una traduzione dall’inglese.

Com’è iniziata la sua carriera di traduttrice?
Iniziò chiedendo al cugino Federico Elmo, editore di Milano, di poter fare una traduzione in francese per la sua casa editrice. La proposta che ricevette fu di tradurre dall’inglese un romanzo di Wodehouse. Notare che non conosceva affatto questa lingua: munita di dizionario e molta pazienza ricostruiva il senso delle frasi procedendo poco per volta.

I lunghi tempi di consegna erano dovuti comunque anche al suo carattere: si lasciava sempre tutto il lavoro indietro finché non si trovava con l’acqua alla gola, e a quel punto passava intere giornate nel suo studio.

Una cosa particolare del suo metodo di lavoro è che tutte le traduzioni venivano fatte scrivendo a mano. Nel suo studio era sempre presente una quantità inimmaginabile di quaderni di scuola dalla copertina nera, dove da una parte scriveva la traduzione e dall’altra le correzioni. Solo al momento di inviare il lavoro alla casa editrice passava alla macchina da scrivere.

Disse che le traduzioni le fecero perdere l’abitudine di scrivere cose sue. Desiderava diventare una scrittrice?

Scrivere era senza dubbio la sua vera ambizione. Ha scritto tanto, soprattutto racconti e poesie.
Molti di questi manoscritti sono rimasti incompiuti, ma ce ne sono diversi completi in possesso della nostra famiglia. Il difficile è raccoglierli, trascriverli, e capire quali sono suoi racconti e quali parti di traduzioni o di altri lavori. Comunque non è mai stato pubblicato niente, anche se le sarebbe piaciuto.

Tua zia divenne famosa per la sua straordinaria traduzione de “Il giovane Holden”. Come reagì al successo?

“Il giovane Holden” è sicuramente la sua traduzione più famosa, ma questo non le cambiò la vita. Mia zia era comunque una persona che non amava mettersi in mostra. Questa traduzione tra l’altro per lei fu semplicemente una delle tante. Citando l’intervista rilasciata a Sofri diversi anni fa:

“Sembrerà un’eresia: sono diventata celebre col Giovane Holden che io non ho preso sul serio per niente. Mi è piaciuto, molto acuto, molto profondo, ma non gli ho dato quest’importanza: divenne un dogma, un catechismo che non capisco tutt’ora. È un libro individualista, la crisi esistenziale di un ragazzo americano. Per dei ragazzi di sinistra italiani, Salinger avrebbe dovuto essere il tipico americano altoborghese e radical chic, non vedevo che rapporto ci fosse con dei giovani marxisti. Lo dissi anche a tre di loro che vennero a parlarmi per fare un pezzo sul giornale di Lotta Continua, e si fecero prestare delle lettere. Più rivisti, né loro né le lettere.”

Lo scorso maggio è uscita la nuova traduzione de “Il giovane Holden” di Matteo Colombo. La leggerai?
Sono curioso di leggerla: ho letto alcuni commenti, lo farò appena ne avrò il tempo e la possibilità. So già che non riuscirò a non essere di parte, in ogni caso.

Nella sua vita Adriana Motti ha mai incontrato qualche autore?
Dal poco che sono riuscito a ricostruire ha avuto contatti epistolari con vari autori italiani, tra cui Calvino. Non ha comunque mai avuto contatti diretti con gli autori tradotti: viaggiare non era tra le sue passioni.

Adriana_Motti

One of the translators of my beloved Karen Blixen was Adriana Motti.
Many times over the years I have done some research about her – for example, when I was writing my dissertation but I’ve found little. Only an interview with Luca Sofri in 1999. Recently I stumbled upon her nephew. Without thinking too much I contacted him.Tommaso is  so kind and heplful. He and his family are careful and respectful guardians of this discreet woman’s legacy.
This was our conversation.

What is your relationship to Adriana Motti?
For me, she’s always been my aunt, although in reality she was my father’s aunt.

What languages did she know? What did she study?

After high school she attended the Faculty of Arts but did not graduate because she failed one or two exams, one of them was Latin, which she never enjoyed and therefore did not pass.

She studied French at school, although her career as a translator began with a translation from English.

How did she start her career as a translator?

She began by asking her cousin, Frederick Helm, a publisher in Milan, if she could translate something into French for his publishing house. She was invited to translate a Wodehouse novel from English. However, she did not know anything about this language: equipped with a dictionary and a lot of patience she reconstructed the meaning of sentences little by little.

The long delivery times were also down to her nature: she always fell behind on all her work until she was up to her eyeballs and then she would spend the whole day in her office.

One particular feature of her working method was that all her translations were handwritten. Her office was always full of an unimaginable amount of school notebooks with black covers, where she wrote the translation on one side and her corrections on the other side. Only when she had to deliver the job to the publishing house did she use a typewriter.

She said that translation made her lose the habit of writing her own material. Did she want to become a writer?
Writing was undoubtedly her real ambition. She wrote a lot, especially short stories and poems.
Many of these manuscripts are unfinished, but our family has several different completed ones. The difficulty is to collect them, transcribe them, and work out which are her stories and which parts are translations or other work. However, nothing was ever published, even though she would have liked it.

Your aunt became famous for her extraordinary translation of “The Catcher in the Rye”. How did she react to this success?
“The Catcher in the Rye” is certainly her most popular translation, but it didn’t change her life. My aunt was someone who didn’t enjoy showing off. She just saw this translation as one of many. To quote the interview she gave to Sofri several years ago:
“It may seem like heresy but I became famous for “The Catcher in the Rye” and I did not take it seriously at all. I liked it; it was very sharp, very deep, but I didn’t give it this grand importance: it became a dogma, a catechism that I still do not understand. It is an individualistic book, the existential crisis of an American boy. For the Italian left-wing, Salinger was supposed to be the typical upper-class, radical chic American, I didn’t see what relationship there was with young Marxists. I even said this to three of them who had come to talk to me for an article in the newspaper, Lotta Continua, and they even borrowed some letters. I never saw them or the letters again.”

Last May, the new translation of “The Catcher in the Rye” by Matteo Colombo was released. Are you going to read it?
I’m curious to read it: I read some comments about it; I’ll do it as soon as I have the time and the opportunity. I already know that I can’t help but be part of it in any case.

Did Adriana Motti ever meet any authors during her lifetime?

From the little I have been able to reconstruct, she exchanged letters with various Italian authors, including Calvino. However, she never had direct contact with the authors she translated: travelling was not one of her passions.

Paris is always a good idea

Lei è Chiara Manfrinato. Nata e cresciuta a Palermo, vive a Parigi dove, tra le altre cose, collabora con il CNL, valuta romanzi per editori italiani e francesi e traduce narrativa contemporanea. Gli autori ai quali ha prestato la voce con maggiore piacere sono i francesi Marc Dugain e Antoine Audouard e la belga Jacqueline Harpman. Nel 2008, ha curato l’antologia “Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni”.

She is Chiara Manfrinato. She was born and raised in Palermo, but now lives in Paris where, among other things, she works with the CNL. She also assesses novels for Italian and French publishers and translates contemporary fiction. She has thoroughly enjoyed translating for the French authors, Marc Dugain and Antoine Audouard, as well as the Belgian author, Jacqueline Harpman. In 2008, she edited the anthology “Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni”.

– 5 cose che hai imparato dalla tua esperienza come curatrice del libro “Il mestiere di riflettere”

Ho imparato tante cose, lavorando al “Mestiere di riflettere”. Cose belle ma anche cose meno belle. Ho imparato, per esempio, che i lettori sono curiosi, interessati, vogliono sapere e capire cosa succede quando si traduce un libro. Abbiamo fatto diverse presentazioni-incontri, dopo l’uscita del libro, in varie città d’Italia, nelle fiere, alle Giornate della Traduzione di Urbino. E abbiamo sempre trovato un pubblico partecipe e stimolante, oltre che eterogeneo, perché ovviamente era composto anche da traduttori o da aspiranti tali, ma soprattutto da “lettori comuni”. Ho imparato anche, o almeno ne ho avuto la conferma, che non esiste un solo modo di tradurre, e le storie contenute nella raccolta lo dimostrano: ciascuno ha un approccio diverso ed è proprio quell’approccio, declinato nella strategia traduttoria che decide di attuare, nelle scelte che caso per caso si prendono, e via discorrendo, che distingue un traduttore dall’altro. E al di là di tutti i discorsi sull’invisibilità, ciascuno di noi mette necessariamente un po’ di sé (personalità, sensibilità, vissuto) in quello che traduce. “Il mestiere di riflettere” è stata anche una splendida esperienza umana, perché mi ha permesso di allacciare o rinsaldare legami con tanti ottimi colleghi che poi sono diventati anche carissimi amici.

– What 5 things have you learned from your experience as editor of the book “Il mestiere di riflettere”?

I learned a lot while working on the book “Il mestiere di riflettere”, some fantastic things but also some not so fantastic things. For example, I learned that readers are curious and passionate; they want to know and understand what happens when you translate a book. Following the release of the book, there were several launches and meetings in various Italian cities, at fairs, and during the Literary Translation Days in Urbino. We always found the audience to be involved and stimulating, a real mixed group, because it naturally also included translators or aspiring translators but in particular “ordinary readers”. I also learned, or at least I had my suspicion confirmed, that there is not just one way to translate, and the stories in the collection prove this: every translator has a different approach and it is precisely that approach, adopted in the strategy that the translator decides to use, in the choices made on a case by case basis and so on, which distinguishes one translator from another. Beyond all the talk of invisibility, we all cannot help but include a little part of ourselves (personality, perception, experience, etc) in what we translate. “Il mestiere di riflettere” was also a wonderful personal experience, because it allowed me to build or strengthen bonds with so many wonderful colleagues who later became very dear friends too.

– Cosa ti entusiasma di più della traduzione?

Mi diverte molto il mimetismo richiesto dalla traduzione letteraria. Una cosa che bisogna imparare a fare, il più velocemente possibile, è calarsi nei panni dell’autore e del personaggio di turno, non solo per trovare la famosa “voce” quanto per compiere, anche solo istintivamente, delle scelte coerenti e credibili, idealmente dalla prima all’ultima pagine. Ma allo stesso tempo, bisogna sempre tenere a bada l’ego, non sovrapporsi, non imporsi. In fase di revisione, quando mi confronto con altri occhi e altre orecchie, mi capita spesso di dire, di fronte a certe osservazioni o proposte di modifiche: “Ma Tizio non userebbe mai questa parola o questa espressione se parlasse italiano”. E mi entusiasma lavorare gomito a gomito con i bravi revisori, e mi è capitato di incrociarne, perché è lì che, tante volte, grazie a uno sguardo nuovo, fresco, e probabilmente più distaccato, si sciolgono nodi e si vedono cose che, fino a quel momento, erano rimaste in ombra.

– What excites you most about translating?

I really enjoy the mimicry required by literary translation. One thing that we must learn to do, as quickly as possible, is to step into the shoes of the author and the character at that moment, not only to find the famous “voice” but also to make, if only by instinct, consistent and credible choices, ideally from the first page to the last. But at the sametime, we must always restrain our ego, avoid intruding and imposing ourselves. During the review process, whenI had to deal with other people’s interpretations,I would often say, in regard to certain comments or proposals for changes, “But Tizio would have never used this word or this expression if he had spoken Italian.” I find it exciting to workside by side with good proof-readers, and there were times when we disagreed but this is when, thanks to a new, fresh, and probably more detached point of view, that we can unravel knots and see things that had remained in the shadows until that moment.

– Hai qualche consiglio per aspiranti traduttori letterari?

Smettete finché siete in tempo. Io stessa ho smesso, o quasi, nel senso che da qualche anno a questa parte, traduco pochissimo, solo se la proposta arriva da un buon editore, se il libro mi piace, se la tariffa è per lo meno onesta… Vivere di traduzione letteraria, oggi, in Italia, è difficilissimo anche per i traduttori affermati. Ma a un aspirante traduttore letterario che fosse così testardo da voler intraprendere comunque questa strada impervia, consiglierei soprattutto di leggere: leggere tanto dalla lingua dalla quale traduce, leggere tanto in lingua italiana, e leggere tante traduzioni. La lettura affina la sensibilità letteraria, una qualità fondamentale, forse la più importante per chi voglia fare questo mestiere. E consiglierei anche di imparare a dire di no: non soltanto alle proposte indecenti, che spesso arrivano, e non solo agli aspiranti traduttori, ma anche ai libri con i quali non ci si sente in sintonia, per le ragioni più disparate che vanno dallo stile, all’argomento, alle ambientazioni. Non tradurre è meglio che tradurre male o in modo sciatto. È meglio per il traduttore, che si eviterà le figuracce, ed è meglio per i lettori.

– Do you have any advice for aspiring literary translators?

Stop now, while there’s still time. I myself have stopped, or nearly so, in the sense that for some years now I have translated very little; I only accept if an offer comes in from a good editor, if I like the book, or if the rate is at least fair. Nowadays, making a living from literary translation in Italy is very hard even for established translators. But if any aspiring literary translators are so stubborn as to want to embark on this difficult road, then I would advise them  to read above all else: read a lot in the source language, read a lot in Italian, and read a lot of translations. Reading sharpens your literary acumen, which is a fundamental quality, perhaps the most important for those who want to do this job. I would also recommend learning to say no, not only to the indecent offers which often come in, and not just for aspiring translators, but also say no if you are not in tune with the book, whatever the reason, be it style, subject, or setting. It is better not to translate than to do it poorly or carelessly. This is better for the translator, who will avoid looking like a fool, and it will be better for the readers as well.

– Un libro che ti ha cambiato la vita

Non credo ci sia un libro che mi ha cambiato la vita. Diventare una lettrice, quello, forse, mi ha cambiato la vita. Indubbiamente imbattermi in certi autori mi ha un po’ cambiata come persona. Se devo fare un nome, direi Bret Easton Ellis. Ma non saprei scegliere un titolo. Metto sullo stesso piano i suoi sei romanzi, che rileggo spesso. Tra l’altro, è stato leggendo per la prima volta American Psycho che mi si è imposta la consapevolezza della traduzione. Mi ero innamorata di quel romanzo, ma sentivo che c’era qualcosa di stonato nella versione che stavo leggendo. Anni dopo, infatti, il libro è uscito per Einaudi, in una diversa, e decisamente migliore, traduzione. E poi c’è un libro che ho tradotto, uno dei primi peraltro, che ha avuto un impatto sulla mia vita personale. All’epoca, ero in contatto con l’autore, che ho consultato riguardo a una serie di punti che per me erano ambigui, e non volevo correre rischi, interpretare male. Io e quell’autore abbiamo continuato a scriverci regolarmente negli anni: lui mi aggiornava su quello che scriveva e pubblicava, io su quello che traducevo, e poi ci scambiavamo consigli di lettura. Da quando vivo a Parigi, è uno dei miei migliori amici, e se sono rimasta in questa città, dove ero arrivata con l’intenzione di restare due o tre mesi al massimo, è stato anche grazie a lui che, all’epoca, mi ha aiutata molto in tutta una serie di aspetti pratici e burocratici. Ogni tanto, davanti a un bicchiere di vino, ci facciamo due risate pensando a cosa succederebbe se mi ritrovassi, oggi, a dover tradurre uno dei suoi romanzi.

 – A book that changed your life

 I don’t think there’s one book that has changed my life. Perhaps becoming a reader changed my life. Undoubtedly running into some authors has changed me slightly as a person. If I have to give one name, I would say Bret Easton Ellis. But I could not choose a title. I put his six novels on a par, and I often re-read them. Besides, when I first read “American Psycho” I was vividly aware of the translation. I was in love with that novel, but I felt something wasn’t quite right with the version I was reading. Years later, in fact, the book was published by Einaudi, with a different and decidedly better translation. And then there’s a book that I translated, one of my first ones, which has had an impact on my personal life. At the time, I was in contact with the author, I consulted him about a number of points that were ambiguous to me, and I did not want to take any risks, or to misinterpret them. That author and I have continued to write to each other regularly over the years: he updated me on what he was writing and publishing and I let him know  what I was translating, and then we exchanged reading recommendations. Since I’ve been living in Paris, he has been one of my best friends. It’s thanks to him that I stayed in this city, as I had only planned to stay for two or three months at most, but he really helped me with a number of practical and bureaucratic issues when I arrived. Every now and then, we have a laugh over a glass of wine, thinking about what would happen if once again I had to translate one of his novels.

– Quali sono i vantaggi di vivere a Parigi?

Di vantaggi pratici, non ce ne sono molti, specie in un’ottica professionale. All’inizio pensavo che sarebbe stato più facile fare scouting, per esempio, ma i fatti mi hanno dato torto. I diritti dei libri “importanti” si trattano molto prima che i libri vengano pubblicati, anche se qui in Francia meno che negli USA. E si pubblica poca narrativa francese, in Italia. È veramente difficile convincere gli editori a puntare su esordienti o autori emergenti che non abbiano già “conquistato” Parigi. Vivendo qui, però, ho avuto modo di fare esperienze in ambito editoriale che non avrei fatto se fossi rimasta in Italia: leggere per alcuni editori francesi, collaborare con il Centre National du Livre. I vantaggi, se così vogliamo chiamarli, dal punto di vista personale, non saprei… vivo in una città che mi piace, dove faccio cose che mi piace fare, credo sia tutto.

– What are the advantages of living in Paris?

There are not many practical advantages, especially from a professional point of view. For example, at first I thought it would be easier to drum up new business but I was proven wrong. The rights to “important” books are negotiated long before the books are published, although less so here in France than in the US. And hardly any French fiction is published in Italy. It’s really hard to convince publishers to focus on newcomers or emerging authors who have not already “conquered” Paris. However, living here I’ve had the opportunity to gain experience in publishing that I would not have had if I had stayed in Italy: reading for some French publishers, working with the Centre National du Livre. The benefits, if we want to call them that, from a personal point of view, I don’t knowI live in a city that I  like, where I do things that I enjoy doing, I guess that’s all.

– Quali sono i tuoi posti preferiti a Parigi?

Sono molto legata al mio quartiere, Belleville, praticamente l’unico in cui abbia vissuto (escluse due brevissime parentesi). In particolare, amo molto il parco delle Buttes-Chaumont, dove trascorro molto tempo d’estate, e il canal Saint-Martin, lungo il quale vado a passeggiare quando ho bisogno di rilassarmi. E poi ho i miei cafés preferiti, tutti tra Belleville e il canale, frequentati per lo più da clienti abituali, da chi abita nel quartiere: ci vado spesso per leggere, se devo scrivere delle schede, per esempio.

– What are your favourite places in Paris?

 I have a strong connection with my neighbourhood, Belleville, practically the only one I have ever lived in (except for two very brief breaks). In particular, I love the Buttes-Chaumont park, where I spend a lot of my time in the summer, and the Canal Saint-Martin, where I go for walks when I need to relax. And then I have my favourite cafés, all in between Belleville and the canal, which are mostly frequented by regulars, by people who live in the neighbourhood: I often go there to read, or if I have to write any notes, for example.

– Cosa ti manca di Palermo?

Mi mancano poche cose di Palermo, se devo essere onesta. Il mare, però, mi manca moltissimo, così come il clima. E certi cibi, introvabili qui. E poi un paio di amici di vecchissima data, con i quali sono stata adolescente, se così si può dire, e che non ho mai perso di vista. A volte, specialmente quando compro un biglietto per un determinato concerto, penso sia un peccato che loro non possano venirci con me.

– What do you miss about Palermo?

 I don’t miss much about Palermo to be honest. However, I miss the sea a lot, as well as the climate. And certain foods which you just can’t get here. A couple of my oldest friends as well; we more or less grew up together and were never out of each other’s sight. Sometimes, especially when I buy a ticket for a particular concert, I think it’s a shame that they cannot come with me.

– Cosa ti sorprende di più?

Sono una persona tendenzialmente blasée, come direbbero qui. Che sia in positivo o in negativo, sono pochissime le cose che mi sorprendono.

 – What surprises you the most?

I’m generally quite “blasé”, as they would say here. Regardless of whether it is negative or positive very few things surprise me.

– Cosa fai quando non traduci?

Da quando abito a Parigi, ho una vita lavorativa parallela. Non vivo di traduzione, tutt’altro. Lavoro nel campo del web, come community e project manager. Ma al momento lo faccio da freelance, quindi ho anche molto tempo libero che passo, essenzialmente, leggendo oppure chiusa dentro a un cinema. E vado ai concerti e all’opera.

– What do you do when you’re not translating?

Since I’ve been living in Paris, I have a dual working life. I don’t make a living purely from translation, far from it.I work on the Web as a community and project manager. But at the moment I freelance, so I also have much free time that I essentially spend reading or locked up in a cinema. I also go to concerts and to the opera.

– Qual è il tuo prossimo progetto di traduzione?

Nessuno, ora come ora. Ho da poco finito di tradurre un romanzo bellissimo che sta per uscire, e qualche giorno fa ho rifiutato una proposta indecente, per via della tariffa. Ho segnalato a un editore con cui sono in ottimi rapporti, il romanzo di un autore belga che mi piace molto, chissà che non convinca l’editor a comprare i diritti, anche se non è facile… Ma come ti dicevo prima, da qualche anno in qua traduco molto poco. E non è detto che nel mio futuro ci sarà un prossimo progetto di traduzione.

– What is your next translation project?

Nothing right now. I’ve just finished translating a beautiful novel that is coming out, and a few days ago I refused an indecent offer because of the rate. I’ve told one of the publishers I know well about a novel by a Belgian author which I really like, maybe I will convince the editor to buy the rights, even though that’s not easy … But as I said before, for quite a few years now I’ve translated very little. Nor am I sure that there will be another translation project in my future.

Qualche link:

Some links:
http://www.facebook.com/l/VAQGTzvdNAQH0irVNaw3gXDS7qOqms5nrNiXdanDOjgJ0-w/leparole.terre.it/articoli/categoria/0/post/113/lestasi-di-orlanda
http://www.facebook.com/l/SAQF3SYOOAQHK1k_BcZiSEgJcLsOlG7c_8KCPneZUofr-Cg/www.adolgiso.it/public/cosmotaxi/200810archive001.asp
http://www.facebook.com/l/pAQEx07svAQFedBnfejKECFk6yNlyr4XiwoXizCRhaDvRKA/unatraduttrice.wordpress.com/2010/03/24/beware-what-you-dream-for/

L’estasi di Orlanda – Tutte le news – LE PAROLE NECESSARIE

leparole.terre.it
TERRE di MEZZO – Le Parole Necessarie – Questa è la notizia L\’estasi di Orlanda di Le Parole di Ter…