Anatomy of Pride and Pudding – The history of British Puddings, Savoury and Sweet

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Regula Ysewijn è una fotografa e graphic designer che vive ad Anversa con suo marito. E fin qui nulla di strano, se non fosse che questa giovane belga nutre una sana ossessione per il cibo e la cultura della Gran Bretagna.

Un amore nato sin da bambina e che si è sviluppato negli anni, passando per Jamie Oliver, il lancio di un blog di cucina di grande successo, fino a culminare  nel suo primo libro “Pride and Pudding”, pubblicato lo scorso aprile da Murdoch Books.

Prima di questo libro ignoravo l’esistenza dei pudding salati e mai avrei creduto che i pudding- compresi quelli  che allontanerebbero certe signorine – potessero avere un aspetto così invitante.

Con Regula ho parlato del suo primo libro,dei suoi gusti, di Jamie Oliver, della storia culinaria britannica, di Jane Austen, della collaborazione con suo marito, della casa dei suoi sogni, di Anversa e ovviamente di pudding.

Come sarebbe stata la tua vita se non ti fossi imbattuta nella serie tv The naked Chef di Jamie Oliver?

Credo che sarebbe stato difficile non imbattersi in Jamie Oliver, ma comunque proviamo a pensare ad una situazione in cui Jamie Oliver non fosse esistito. Probabilmente avrei continuato ad avere il desiderio di cucinare ma sarei rimasta delusa dai programmi di cucina in tivù. Non ho mai pensato che i programmi che venivano trasmessi in quel periodo in Belgio stessero insegnando a cucinare alle persone, cucinavano in televisione sì, ma non ci insegnavano nulla, se non che probabilmente non avremmo dovuto perdere tempo nel tentare di ricreare quello che stavano facendo. Jamie Oliver non solo ci ha dato la serie di programmi The Naked Chef, ma ha anche cambiato radicalmente il modo in cui i programmi culinari vengono realizzati e presentati. Gli chef dei cooking show in Belgio copiano Jamie Oliver, perché la sua  è una storia di grande successo. Jamie insegna alle persone a cucinare, mentre in passato i programmi televisivi mostravano come preparare i piatti. Ma come si fa a preparare un piatto se non si sa nemmeno quanto tempo ci vuole per cuocere un salmone?  Jamie ci ha mostrato cosa andare a guardare in un salmone per capire quando è perfettamente cotto.
Probabilmente cucinerei ancora come mia madre o forse qualcun altro se ne sarebbe uscito con un programma di cucina decente e avrebbe ottenuto lo stesso successo di Jamie. Chi lo sa!

Come sono cambiati i tuoi gusti nel tempo?

Credo di aver attraversato le normali fasi del gusto nella vita. Da bambina odiavo la cicoria witloof (indivia belga) perché era davvero tanto amara e ora cerco la witlof più amara che riesco a trovare! Le olive sono state un grande tabù e ora le amo totalmente, in tutte le loro dimensioni e colori. Ho iniziato a bere la birra molto tardi, probabilmente quando avevo circa 20 anni. E proprio oggi ho finito un corso per sommelier della birra. Possiamo dire che da bambina non mi piacevano i sapori amari, mentre oggi mi piacciono moltissimo. Ma è naturale, perché l’istinto ci dice che l’amaro è sbagliato e il dolce è buono.

 

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Secondo te qual è l’epoca più gloriosa della storia culinaria britannica?

Direi che quella odierna è davvero un’epoca magnifica, considerata la straordinaria produzione locale che è disponibile in tutta la Gran Bretagna. Ma nella storia penso che probabilmente il XVIII secolo e anche il XIX secolo siano stati decisamente gloriosi. Mentre il XVII secolo ci ha fatto vedere dei piatti molto creativi e interessanti in un periodo di sconvolgimento religioso e politico – con i viaggiatori del tempo che parlavano dell’ottimo cibo d’Inghilterra – il XVIII e XIX secolo hanno avuto il vantaggio del progresso. Un numero sempre maggiore di libri di cucina è stato pubblicato a partire dal XVIII secolo ed è diventato sempre più crescente nel XIX secolo. Gli utensili da cucina iniziavano a diventare sempre più avanzati, in particolare gli stampi da gelatina, ma anche la ceramica meravigiosamente delicata. Tutto ciò spinse la gente a mostrare sempre di più i propri piatti. In effetti gli inglesi hanno sempre avuto una certa cultura della teatralità in cucina, grazie alle loro creazioni lussureggianti. Prima del XX secolo, la cultura alimentare britannica avrebbe potuto competere con la cucina francese e con quella  italiana e oggi può tornare nuovamente a farlo.

La primissima cosa che mi è piaciuta del tuo libro è stato il titolo. Sei una grande fan di Jane

Austen?

Sì, sono una grande fan di Jane Austen, fondamentalmente volevo sposare il Signor Darcy e ho sempre ammirato la capacità di cavarsela da sola di Elizabeth Bennet. Oltre al fatto che ho imparato l’inglese leggendo Jane Austen con un dizionario, guardavo la serie in televisione e ho imparato questa bella lingua che oggi anche gli stessi inglesi hanno perso. Si tratta di un inglese dallo stile desueto, molto poetico e molto intenso.
Ho intitolato il libro Pride and Pudding, perché il pudding è l’orgoglio della cultura culinaria britannica e anche perché ci sono così tanti pregiudizi sulla cucina britannica. Quando la gente vede il titolo pensa immediatamente a Orgoglio e Pregiudizio (Pride and Prejudice) e anche se non ho intitolato il libro, come volevo in prima istanza, Pudding and Prejudice, la gente coglie comunque il messaggio senza doverlo invertire. Ma il titolo è questo anche perché Orgoglio e Pregiudizio è stato il romanzo che ho letto ripetutamente per imparare la lingua in cui scrivo ormai quasi esclusivamente.

Tu e tuo marito siete una coppia perfetta. Tu hai scritto il libro, hai scattato le foto e lui ha tradotto le tue parole in illustrazioni. Qual è stata la sfida più grande nel lavorare insieme?

Mio marito Bruno (www.brunovergauwen.com) ed io siamo entrambi dei perfezionisti e penso che questa sia stata la sfida più grande. Anche se lui creava qualcosa di straordinario, io ero sempre lì a perdermi nei dettagli di alcuni punti che aveva illustrato, perché non erano corretti al 100%. Ci è piaciuto molto, è stato un grande lavoro per tutti e due. Oggi di solito si ha un intero team che lavora ad un libro. Il lavoro dell’autore spesso finisce quando si consegna il manoscritto. L’editore parte da lì e crea il design, la fotografia e le illustrazioni, nel caso in cui ce ne siano. Ci siamo occupati di tutte queste cose  da soli e siamo veramente grati per essere stati in grado di farlo. E’ una cosa unica nel suo genere quella di poter andare fino in fondo con la propria creatività senza avere dei limiti. Ne sono nate cose pazzescamente belle e spero che la gente sarà d’accordo sul fatto che questo libro è bello e al tempo stesso un po’ folle!

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Questo blog si chiama Anatomie des mots: l’anatomia delle parole è una grammatica segreta, la loro intima connessione con le cose che ci circondano. Potresti fare l’anatomia della parola “Pudding”?

Pudding è la parola che nel Middle English indica gli intestini, i pudding originali, quelli più antichi venivano preparati negli intestini, nei pudding appunto. Le persone tendevano a dare un nome alle cose in base al loro aspetto, a dove crescevano o al recipiente in cui venivano preparate. Per questo il pudding è stato chiamato così in base a dove veniva preparato. Non appena iniziarono a fare i pudding in una ciotola o in un canovaccio, la parola divenne sinonimo di farcitura e da qual momento  la parola pudding  non è stata più utilizzata per  gli intestini. Pudding oggi può indicare il sanguinaccio, ma anche un piatto simile ad un dolce, un gelato, una gelatina, la crema pasticcera e molti dessert sono definiti pudding. E anche se tutti i dessert possono essere chiamati pudding nel senso moderno del termine, non tutti i pudding sono dei dessert perché non tutti sono dolci! Affascinante, no?

Di quali abitudini passate e forse perse senti di più la nostalgia?

Fare le cose da zero come pestare i noccioli di albicocca insieme all’acqua di rose che crea questo odore celestiale che sa di marzapane. E’ magico riuscire a creare questo profumo che ha un sapore molto più meraviglioso di quello che proviene da una bottiglia di essenza di mandorla e che  spesso è una sostanza chimica. Mi piace anche l’uso del midollo osseo nei piatti dolci, crea un sapore così succulento che si è completamente dimenticato. Le persone trovano strano utilizzare il midollo osseo, ma infilano volentieri la forchetta per tirare fuori il midollo da un ossobuco. Forse è perché lo si deve tirare  fuori crudo per le cotture al forno, che è troppo il dover affrontare l’idea di maneggiare un ossobuco crudo? La gente è schizzinosa.
Mi piace anche fare il formaggio e il burro. E’ una cosa così appagante da fare. Quando si fa qualcosa partendo dal latte, proprio come con i noccioli di albicocca, come per magia il formaggio si solidifica o la panna si trasforma in burro. Alla fine non si è fatto altro che il formaggio o il burro, ma le persone rimangono sempre molto colpite quando gli regalo il mio burro o il mio formaggio. Si chiedono come riesca a farlo, eppure non c’è niente di più semplice.

Qual è il tuo sogno di felicità?

Il mio sogno di felicità è quello di essere in grado di fare ciò che amo senza dover  gestire problemi quotidiani come i soldi. Quando sei una creativa, fare le fatture e rincorrere chi non paga in tempo è l’ultima cosa che vorresti fare. Nella giornata che dedico a sbrigare le scartoffie  non posso né scrivere o cucinare né tantomeno fare qualcosa di creativo. E’ qualcosa che mi spegne completamente. Se la gente vuole tagliare le mie tariffe, posso starci male per un giorno. Perché oggi tutti vogliono tutto al minor costo.
Se vincessi la lotteria, continuerei a fare quello che faccio, ma comprerei una casa in campagna, prenderei dei bei maiali, oche, galline e un paio di cigni. Probabilmente prenderemmo anche altri gatti. Coltiverei ortaggi e  forse pianterei alcuni alberi da frutto. Penso che vorrei solo creare più pace e tranquillità, tornare alle origini. E un ambiente circostante stimolante. Attualmente la vita di campagna ha un costo elevato, quindi se si vuole staccare la spina e allontanarsi dalla città frenetica e dagli ingorghi stradali, servono tanti soldi. Abbiamo la fortuna di avere una casa grande, dato che le  case in Belgio sono di grandi dimensioni, quindi abbiamo spazio, ma visto che siamo entrambi dei collezionisti, la nostra casa è un appartamento pieno di oggetti curiosi.

5 cose da fare ad Anversa

Anversa è bella e se poteste fare solo 5 cose vi suggerirei di andare alla Rubenshuis dove l’artista Rubens ha vissuto e lavorato. È uno spazio bello e tranquillo nel cuore della città. Ci andavo sempre quando marinavo la scuola, mi sedevo nel bellissimo giardino storico e leggevo. Davo per scontato che si potesse entrare gratuitamente nel museo quando studiavo ad Anversa, oggi mi piacerebbe  davvero tanto entrarci e sedermi in giardino. Se volete starvene seduti in giardino per un po’ di tempo, non molto lontano dalla Rubenshuis c’è il giardino botanico o Botanieken Hof come lo chiamiamo noi. È sempre al centro ed è sempre un luogo di evasione dalla città. La Rockoxhuis è un’altra perla da visitare, si tratta di una casa storica con una collezione d’arte che fu acquistata da Rockox nel 1600. E’ unica nel suo genere perché sia la casa che la collezione d’arte sono rimaste così com’erano.
Se vi piace la stampa antica il Museo Plantin Moretus è una tappa obbligata. Era un’antica stamperia fondata nel XVI secolo ed è stata dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. Ospita  regolarmente mostre sulla stampa e i caratteri che sono sempre molto interessanti. La casa è bella e la piazza in cui si trova è il luogo ideale per un drink. Ci sono molte altre cose da fare ad Anversa come visitare il nostro Museo MAS, nuovo e dall’aspetto molto modernista che ora ospita grandi collezioni d’arte e di antiquariato. Una cosa che dovrebbe essere divertente e che ancora non ho fatto è una passeggiata sotto la città nel vecchio sistema idrico. Molte case avevano le entrate proprio in quei canali d’acqua navigabili. E’ interessante, ma nonostante sia nata e cresciuta qui, questa è un’attività di gruppo che non ho mai avuto l’occasione di fare.

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Regula Ysewijn is a photographer and graphic designer who lives in Antwerp with her husband. So far nothing unusual, except that this young Belgian woman has a great obsession for British food and culture.
A love she got into since she was a child and then grew over the years passing through Jamie Oliver, the launch of a successful food blog, culminating in her first book “Pride and Pudding“, published by Murdoch Books in April.

Before this book I ignored the existence of savory puddings and I never believed that puddings – including those who would turn away certain young ladies – could have such an appealing aspect.

I talked to Regula about her first book, her tastes, Jamie Oliver, the history of British food, Jane Austen, the collaboration with her husband, her dream house in the country, Antwerp, and obviously puddings.

What would your life have been like if you hadn’t come across Jamie Oliver’s Naked Chef series on TV?

I think it would have been hard not to come across Jamie Oliver so lets think of a situation where Jamie Oliver didn’t exist. Probably I would have continued to have a feeling that I wanted to cook but would have felt disappointed with the food programme’s on the telly. I didn’t feel that those programmes back then in Belgium were teaching people to cook, they were cooking on telly but didn’t teach us anything except that we probably shouldn’t bother trying to recreate what they were doing.  Jamie Oliver did not only give us the Naked Chef Series, he changed the whole way in which food programmes are filmed and presented. Chefs in Belgium on tv copy Jamie Oliver because it’s such as success story. Jamie teaches people how to cook, while in the past tv shows showed how to prepare dishes. But how are you going to prepare a dish if you don’t even know how long to cook a salmon for. Jamie showed us what to look for in the salmon to know when it is perfectly done.

I would probably be still cooking like my mum, or maybe someone else might have come up with a decent cooking show and would have turned into the success that Jamie is. Who knows!

How have your tastes changed over time?

I think I went through the normal taste fases in life. I used to hate witlof(endives) as a child because it was so bitter, now I look for the most bitter witlof I can find! Olives were a big no-no, and now I absolutely love them in all their sizes and colours. I started drinking beer at a late age, probably when I was about 20. Today I have finished a training as beer sommelier. It’s fair to say that as a child I did not enjoy bitter flavours while I really enjoy them today. But it’s natural because instinct tells us that bitter is wrong and sweet is good.

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In your opinion, which was the most glorious era in the history of British food?

I would say that today is pretty awesome considering the amazing local produce that is available throughout Britain. But in history I think that probably the 18th century and also the 19th century were quite glorious. While the 17th century showed very inventive and interesting dishes during a time of religious and political upheaval, and travellers visiting England would describe the great food of England, the 18th and 19th century have the advantage of progress. More cookbooks were published from the 18th century onwards, even more in the 19th century. Cooking equipment began to become more advanced, especially the jelly moulds but also the beautifully delicate pottery. It gave people even more incentive to show off their cooking and the English have always had a culture of creating dinner theatre with lush creations. Before the 20th century, British food culture could rival French and Italian cuisine, and today it can do so again.

The very first thing I liked about your book is the title. Are you a huge fan of Jane Austen?

I am a huge fan of Jane Austen yes, I basically wanted to marry Mr Darcy and admired Elizabeth Bennet for standing up for herself. But also, I learned English by reading Jane Austen with a dictionary. I used to watch the series on the telly and learned this beautiful language which even the English have lost today. It is an older style of English, very poetic, very full. 

I named the book Pride and Pudding, because pudding is the pride of British food culture, and also because there is so much prejudice towards British food. If people see the title they will immediately think of Pride and Prejudice and although I wanted to name the book Pudding and Prejudice, people still get the idea without having to turn the title into a negative. But the title is also what it is because Pride and Prejudice was the novel I read over and over to learn the language in which I now almost exclusively write.

You and your husband are a perfect match. You wrote the book, you did the photography and he translated your words into illustrations. What has been the biggest challenge of working together?

My husband Bruno (www.brunovergauwen.com) and I are both perfectionists and I think that was the biggest challenge. He would create something amazing and I would still fiddle around with the details of certain items he pictured because they were not 100% correct. We enjoyed it very much, it was a lot of work to do between us two. Normally these days you have a whole team working on a book. As an author your work is often done when you hand in the manuscript. The publisher takes it from there and creates the design, the photography and the illustrations if there are any. We did all of that and we are so very grateful that we were able to do this. It’s unique to be able to go all the way with your creativity without being limited. Crazy beautiful things result from it, and I hope people will agree that this book is beautiful and a little crazy too! 

This blog is called Anatomie des mots: the anatomy of words is a secret grammar, their intimate connection with things around us. Could you anatomize the word “Pudding”?

Pudding is the middle-English word for intestines, the original, oldest puddings were prepared in intestines, in puddings. People used to name things after how they looked, or where they grew or in which vessel they were prepared. So the dish pudding was named after where it was prepared in. As soon as they started making puddings in a bowl or pudding cloth, the word became synonymous for the filling and the word pudding was by then also not used for intestines anymore. Pudding today can mean blood sausage, but also a cake-like treat, an ice cream, jelly, custard and many desserts are referred to as pudding. And although all desserts can be called pudding in the modern sense of the word, not all puddings are desserts because they are not all sweet! Intriguing isn’t it!

What past or maybe lost habits do you feel most nostalgic about?

Making things from scratch like pounding apricot kernels with rose water which creates this heavenly smell and taste of marzipan. It’s magic so create this scent and it tastes so much more wonderful then coming from a bottle of almond essence which is often chemical. I also love the usage of bone marrow in sweet dishes, it creates such a succulent flavour which is completely forgotten about. People find it weird to use bone marrow, but happily tuck in and scoop out the marrow from an ossobuco. Maybe it is because you have to scoop it out raw for bakes that it is too confronting to handle a raw marrowbone? People are squeamish.

I enjoy making cheese and butter too. It is such a rewarding thing to do. To make something out of milk, just like with the apricot kernels it feels like magic when your cheese is setting or your cream is turning into butter. At the end, you made the cheese, you made the butter, and people are always very impressed when I give them my own butter or cheese. They wonder how I do it, while nothing is more simple.

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What is your dream of happiness?

My dream of happiness would be to be able to do what I love without having the mondaine issues like money. As a creative person, making invoices and chasing them if they are not payed in time is the last thing you want to be doing. On a day when I have to do my paperwork, I can not write, or cook or do anything creative. It turns me off completely. If people want me to cut my price down, I can feel sick for a day. Because everyone wants everything more cheaply these days.

If I would win the lottery, I would continue to do what I do, but buy a house in the country, get some lovely pigs, geese, chickens and a swan couple. We would probably get more cats too. Grow vegetables, maybe some fruit trees too. I think I would just create more peace and quiet, back to basics. And inspiring surrounding. Living rural comes at a premium price these days so if you want to unplug and get away from the busy city and traffic jams, you need cash and a lot of it. We luckily have a large house as houses in Belgium are suite large, so we have space, but since we are both collectors, our house is a studio full of curiosities.

Tell us 5 things to do in Antwerp

Antwerp is beautiful and if you could only do 5 things I would recommend you go to the Rubenshuis where the artist Rubens lived and worked, it is a quiet and beautiful space in the very middle of the city. I used to go there when I was bunking off school, I would sit in the beautiful historic garden and read. I took it for granted that we were allowed in the museum for free as I was a student in Antwerp, today I would love to just walk in there and sit in the garden. If you do want to sit in a garden for some time, not too far away from the Rubenshuis is the Botanical garden or Botanieken Hof as we call it. Also in the centre and an escape from the city. The Rockoxhuis is another gem to visit, it is a historical house with an art collection that was purchased by Rockox in the 1600’s. It is unique because the house and art collection is preserved the way it was.

If you like ancient printing then the museum Plantin Moretus is a must see. This was a printing company founded in the 16th century and it has been protected as Unesco world heritage. They have regular exhibitions on printing and type which are always very interesting. The house is beautiful and the square on which it is located is very cosy to have a drink. There are many other things to do in Antwerp like our new and very modernist looking MAS museum which now houses the large art collections and antiques. One thing that should be fun and that I even haven’t done is a walk beneath the city in the old waterway system. Many houses used to have entrances in those waterways. It’s intriguing but as I was born and raised there and it’s a group activity I never quite got around to it.

 

 

 

Anatomia delle donne sugli alberi

A scoprire la bizzarra tendenza delle donne a farsi ritrarre arrampicate sugli alberi,  tra gli anni Venti e  Cinquanta del Novecento,  è stato Jochen Raiß.

Da 25 anni, infatti, andando per mercatini delle pulci Jochen ha collezionato una serie di immagini di persone e luoghi insoliti.

Molte di queste foto, accomunate dall’assenza di informazioni sul fotografo e sul soggetto oltre che dalla posa sull’albero, sono state raccolte in un libro pubblicato da Hatje Cantz.

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Women in Trees – Jochen Raiß © Sammlung Jochen Raiß, Courtesy Hatje Cantz

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Women in Trees – Jochen Raiß © Sammlung Jochen Raiß, Courtesy Hatje Cantz

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Women in Trees – Jochen Raiß © Sammlung Jochen Raiß, Courtesy Hatje Cantz

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Women in Trees – Jochen Raiß © Sammlung Jochen Raiß, Courtesy Hatje Cantz

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Women in Trees – Jochen Raiß © Sammlung Jochen Raiß, Courtesy Hatje Cantz

Jochen Raiß discovered the bizarre trend of women posing in trees from the 1920s to the 1950s.

Jochen spent 25 years going to the flea markets and collecting a series of images depicting women and unusual places.

Many of these photos sharing a lack of information about the photographer and the subject as well as the fact of posing in trees, and they  have been collected in a book published by Hatje Cantz, titled Women in Trees.

Anatomie de “Il rumore delle cose che iniziano”

 

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La bellezza de “Il rumore delle cose che iniziano”, romanzo d’esordio di Evita Greco, sta nella perfezione della semplicità degli infiniti dettagli con cui l’ha infarcito: le scarpe da ballo e il rossetto rosso della nonna, la lista dei lavori di Ada, i bigliettini, le carte regalo, l’ulivo…

Evita, trentenne e mia conterranea si è appena aggiudicata il premio Rapallo “opera prima” per questo suo romanzo.

1.Chi è Evita?

Se mi chiedi quanti anni ho mi viene da rispondere 23, ma non è vero, perché ne ho 31. Nella vita ho fatto diversi lavori e lavoretti –come tutti i trentenni di oggi- ma ho sempre ostinatamente creduto che prima o poi avrebbe scritto un libro. Che, se ad un primo sguardo può sembrare una cosa “romantica”, se ci si pensa bene è folle, un po’. Perché, questa faccenda di scrivere un libro, suona davvero strana fin quando il libro non è pubblicato. A chi ti incontra e ti chiede “cosa fai nella vita”, non puoi mica dire “sto scrivendo un libro”. La gente ti prende per matta, quasi. Così come prendono un po’ per matta Ada –la protagonista del romanzo- che per tutelarsi da questa domanda tiene a mente una “lista dei lavori da fare da grande. Uno di questi (uno dei miei preferiti) è: e affinché, chi li trova, possa pensare che siano per loro. E’ un lavoro serio, se uno ci pensa. Quasi quanto “fare lo scrittore”. La cosa bella è che mentre prima avevo paura di dire che “stavo scrivendo un libro”, adesso, dopo aver pubblicato, sono gli altri che mi chiedono se io ne stia scrivendo un altro. Comunque, fondamentalmente, sono la mamma di Ada Maralita, alla quale è dedicato il libro, anche se purtroppo, per un errore di stampa, non c’è scritto.

2.Vuoi raccontare qualcosa del tuo romanzo a chi ancora non l’ha letto?

Il romanzo racconta la storia di Ada e di sua nonna Teresa. L’una rappresenta l’intero mondo per l’altra. Teresa è molto malata e durante i mesi in ospedale vengono ripercorsi gli anni dell’infanzia di Ada, infanzia resa magica dall’amore con cui è stata cresciuta dalla nonna. A prendersi cura di Teresa c’è un’infermiera, Giulia, che per certi aspetti è l’esatto opposto di Ada. Giulia è incantata del rapporto che hanno Ada e Teresa e si prende cura di entrambe. Sempre dentro all’ospedale Ada conosce Matteo, di cui si innamora nel solo modo in cui ci si può innamorare, cioè perdendo completamente la testa. Quando Teresa muore, la vita di Ada, Giulia e Matteo subisce una svolta, grazie anche al messaggio pieno d’amore che la nonna ha lasciato.

3.“Il rumore delle cose che iniziano” è un romanzo sull’amore?

Sì. Decisamente. Del resto credo che quasi tutti i romanzi siano romanzi sull’amore. Forse però lo credo perché non riesco a leggere i gialli. A parte questo, credo di poter dire che sia un romanzo sui danni che può fare la mancanza d’amore, ma soprattutto sul potere che l’amore ha di ripararli. Forse suona banale ma, come dice nonna Teresa, “le cose banali il più delle volte hanno un pregio: sono vere”. Credo che questo sia vero: l’amore cura i danni. E fa fare anche quest’altra cosa, che credo sia il vero filo conduttore del romanzo: fa riconoscere la vera natura delle persone, fa si che le si guardi per quello che sono davvero, e fa si che ci impegniamo a proteggerla e coltivarla.

4.Che rumore associ a queste tue prime pagine pubblicate?

Credo quello del silenzio della biblioteca dentro la quale l’ho in gran parte scritto. Silenzio rotto solo da una porta che cigolava, non ho ancora ben capito dove, e dallo sbuffare dei ragazzi che studiavano. Forse è paradossale, ma il romanzo –che pure dovrebbe parlare soprattutto di rumori- è nato nel più completo silenzio. Anche le ultime 40 pagine- che sono quelle a cui tengo di più- sono state scritte tutte in un pomeriggio passato a casa. Avevo chiesto al mio compagno di portare Maralita a fare una passeggiata, affinché appunto potessi godere di un po’ di silenzio. Era maggio e ricordo che, dopo aver scritto quelle ultime parole, ho notato che non ci fosse più neanche il rumore della tastiera del computer. Ho bevuto un bicchiere di vino e sono rimasta ad ascoltare ancora un po’ il silenzio.

5.Nel libro la presenza femminile è preponderante rispetto all’unico personaggio maschile che incarna la debolezza tipica dell’uomo. La speranza è femmina?

E’ vero, la speranza è femminile. Teresa è l’ideale di nonna, quel genere di figura femminile forte e un po’ magica che molti ragazzi della mia generazione hanno avuto la fortuna di avere come nonna appunto. Ada, mentre scrivevo, era una sorta di mio alter ego. Disorganizzata, inconcludente e molto emotiva. Giulia invece rappresenta un po’ tutto quello che vorrei essere “da grande”: elegante e decisa. Rileggendo però mi sono accorta che in realtà il personaggio che mi somiglia di più è proprio Matteo. Un’ideale via di mezzo tra Giulia e Ada, nel bene e nel male.

6.Gianni Morandi cantava “uno su mille ce la fa”. Potrebbe essere la canzone della tua vita? Una bambina dislessica che sogna di diventare una scrittrice e ci riesce.

In realtà non credo che il fatto di essere dislessica abbia reso molto più difficile riuscire a pubblicare il libro. Cioè: essere dislessici rende più “complesso” l’apprendimento di meccanismi che hanno a che fare con la quotidianità. Nella fattispecie: rende più difficile imparare a leggere e a scrivere (non a caso viene definito “disturbo dell’apprendimento”). Ciò non significa che il bambino dislessico non saprà mai leggere o scrivere. Ci tengo a dirlo perché mi accorgo che in molti –facendomi domande a questo proposito- pensano che io abbia scritto il libro dettandolo o cose del genere. Scherzi a parte, davvero: per un dislessico è più difficile imparare a leggere e a scrivere ed è molto probabile che continui a fare una serie di errori (ad esempio, faccio seriamente fatica a distinguere le parole “guida” e “giuda” o “cavallo” e “calovva”). Niente di irreparabile, ecco.

7.Potresti anatomizzare la parola “rumore”?

Non so quale sia la vera anatomia della parola “rumore”. Per me i rumori sono come delle possibilità. Piccoli talismani. Lo erano quando mi sembrava che la mia vita non stesse andando da nessuna parte e allora, prestando più attenzioni ad alcuni di essi, riuscivo ad accorgermi che comunque le cose si stavano muovendo, e anche la mia vita sarebbe andata da qualche parte, prima o poi. Certo, è vero che anche le cose che finiscono potrebbero fare un loro rumore. Ma io credo valga la pena concentrarsi sul rumore che fanno le cose che iniziano.

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1.Who is Evita?  

If you ask me how old I am, I feel like answering 23, but it is not true, I’m 31. In my life I have had various jobs and chores – just as everybody in their thirties nowadays – but I always stubbornly believed that sooner or later I would have written a book. This at a first glance may seem like a something “romantic”, if you then really think about it, it is a bit crazy. Because this business of writing a book sounds really weird, until the book is published. When you meet someone and they ask you “what do you do”, you cannot just say “I’m writing a book.” People would think you are crazy. Just as they think Ada – main character of the novel – is a little crazy. She tries to protect herself from this question by keeping in mind a ”list of jobs to do when she grows up”. One of these (one of my favorite ones) is: leaving flowers around so that those who find them, might think they are for them. It’s a serious job, if one thinks about it. Almost as much as “being a writer.” The nice thing is that I used to be afraid of saying that “I was writing a book,” but now, after its publication, it’s others who ask me if I’m writing another book. However, I am essentially the mother of Ada Maralita, to whom this novel is dedicated, although unfortunately, due to a printing mistake, this is not mentioned in the book.

2.Would you like to say something about your novel to those who have not read it yet?

The novel tells the story of Ada and her grandmother Teresa. The one is the whole world for the other. Teresa is very ill, and during the months in hospital, they retrace Ada’s childhood, which was a magical period, thanks to the love with which her grandmother raised her. A nurse takes care of Teresa, her name is Giulia. In some ways, Giulia is the exact opposite of Ada. She admires the relationship that Ada and Teresa have and takes care of both of them. In the hospital, Ada meets Matteo and falls in love – the only way one can fall in love – completely losing her mind. The life of Ada, Giulia and Matteo takes a turn when Teresa dies, partly thanks to the loving message that she leaves behind.

3.Is “Il rumore delle cose che iniziano” a novel about love?

Yes, it definitely is. Moreover, I believe that almost all novels are love stories. But maybe that is because I don’t read detective stories. Apart from that, I think it is a novel about the damages that a lack of love can cause, but above all, about the repairing power of love. It may sound trivial, but, as  grandmother Teresa says, “trivial things most of the time have an advantage: they are true.” I think it is true: love can cure these damages. It also makes people do another thing – which I think is the real theme of the novel – recognize the true nature of people, this means looking at them for what they really are, and being committed to protect and cultivate their nature.

4.What kind of sound do you associate to these first published pages?

Probably to the silence of the library where they were written. The silence only broken by the creaking of a door, I still don’t know exactly where, and the snorting of young students. Perhaps it is ironic, but the novel – which also mainly talks about sounds – was created in complete silence. Even the last 40 pages – which are those that I love most – were all written in an afternoon spent at home. I asked my partner to take Maralita out for a walk, so I could just enjoy a bit of silence. It was May and I remember that, after writing the last lines, I noticed that there was not even the sound of the computer keyboard. I drank a glass of wine and listened to the silence a little longer.

5.In the book the female presence outweighs the only male character who embodies the typical male weakness. Is hope a female prerogative?

It ‘s true, hope is feminine. Teresa is the ideal grandmother, the kind of strong a magical female figure that many of my generation have had the good fortune to have as a grandmother. Ada, as I wrote, was a sort of my alter ego. Disorganized, ineffective and very emotional. Giulia represents a bit all I would like to be as a “grown-up”: elegant and strong. But rereading I realized that actually the character that resembles me most is Matteo. An ideal middle way between Giulia and Ada, for better or for worse.

6.Gianni Morandi sang “Uno su mille ce la fa.” (One in a thousand manages). Could this be the song of your life? A dyslexic child who dreams of becoming a writer, and succeeds.

Actually, I do not think that the fact of being dyslexic has made it much more difficult to publish the book. Being dyslexic makes it more “complex” to learn mechanisms that have to do with everyday life. In this case it makes it more difficult to learn, to read and write (that is why they use the expression “learning disability”). This does not mean that the dyslexic child will never be able to read or write. I want to say this because I realize that many people – asking questions in this regard – think I have written the book by dictating it. Seriously, for a dyslexic person it is more difficult to learn to read and write and he/she is likely to continue making some mistakes (for example, it is hard to distinguish words like “guida” and “giuda”  or “cavallo “and “calovva”). Nothing irreparable, though.

7.Could you anatomize the word “sound”?

I do not know which is the true anatomy of the word “sound.” In my opinion sounds are like possibilities. Small talismans. They were possibilities when it seemed to me that my life was not going anywhere and then, paying more attention to some sounds, I realized that things were moving anyway, and even my life would have gone somewhere, sooner or later. Of course, it is true that even things that end make a noise. I think it’s rather worth focusing on the sounds of new things that begin.

 

 

 

 

Anatomie de la semaine

Quando ormai pensavo di aver chiuso con i malanni invernali, lunedì la febbre ha di nuovo bussato alla porta e così questo weekend sarà decisamente casalingo. Voi, invece, cosa farete? Vi auguro un meraviglioso fine settimana di luglio!!!

Questa è una breve rassegna delle cose che ho trovato e che mi sono piaciute questa settimana.

1.Avete visto la Summer Capsule Collection di Moi Je Joue Lab ? Questa piccola collezione è una vera festa per gli occhi!

Questa collezione si compone di pochi pezzi, femminili, delicati, preziosi…
Tessuti leggeri e fluttuanti, stampe delicatissime e tagli morbidi pensati per esaltare la femminilità di ogni donna.
Tutti i capi sono stati realizzati interamente in Italia con filati scelti e fibre naturali.
Ogni dettaglio è stato pensato e realizzato con cura ed amore per rendere ogni singolo capo unico e speciale“.

 

 

 

2.10 consigli per coltivare l’amore per la lettura nei nostri figli

3.Avete ancora vecchie videocassette?

4. Chi ha inventato il tiramisù?

5. I pavimenti di Londra

6. Che cosa ci può capitare se non abbiamo continuamente il telefono sottomano

 

 

This is just a short list of things I found and loved this week. 

1.Did you see the Moi Je Joue Lab Summer Capsule Collection ? This small collection is a feast for the eyes!

2.Ten ways to cultivate a love for reading in your children

3.Your old video tapes could be worth a lot of money

4.Who invented the tiramisu?

5.Things that will happen if I don’t take my phone out right now 

Have a wonderful July weekend!

Anatomie de Louise Misha

Louise Misha è un brand che è stato fondato da due amiche, Aurélie Remetter e Marie Picancet a Parigi nel 2012.

Hanno lanciato il loro marchio dopo un viaggio in India, nel tentativo di prolungare la loro avventura.

L’hanno chiamato Louise Misha, fondendo insieme il nome della nonna di Marie, Louise e il nomignolo della madre di Aurelie, Misha.

Le loro creazioni sono ispirate dai dettagli vintage, dai viaggi e dallo stile bohémien.

A poco a poco Louise Misha è cresciuto fino a diventare una linea di prêt-à-porter per le bambine con tanto di gioielli e accessori. Poi, nel 2014, è nata la collezione dedicata alle donne.

Le loro collezioni estate 2016 per le bambine e le donne sono caratterizzate da colori tenui, da pizzi e ricami delicati, da elementi esotici ed etnici mescolati insieme ad uno stile hippie anni 70 e ad un pizzico di nostalgia.

Per vedere il resto della collezione visitate il loro sito web.

 

 

 

Louise Misha is a brand founded by two friends, Aurelie Remetter and Marie Picancet, in Paris in 2012.

They launched the brand after a trip in India in an attempt to extend their adventure.

They called it Louise Misha, named after Marie’s grandmother ‘Louise’ and Aurelie’s mother nicknamed ‘Misha.’

Their creations are inspired by vintage details, travels and bohemian style.

Little by little Louise Misha has grown to become a full line of ready to wear, jewelry and accessories for little girls. Then in 2014, the Women collection was born.

Their Summer 2016 collections for little girls and women feature pastel colours, delicate laces and embroideries, exotic and ethnic elements mixed with a hippie 70s style and a pinch of nostalgia.

To shop & see the rest of the collection visit their website.

 

 

Anatomie de la semaine

 

Questo è un breve elenco delle cose che ho trovato e che mi sono piaciute questa settimana. L’ennesima settimana in cui il tempo cambia alla velocità della luce e così il mio umore. Lo so, sono una banale metereopatica.

E voi? Cosa farete nel fine settimana? Anche voi impegnati nella danza del sole?

1.Questo articolo sullo stile di Morrissey

 

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Imge source: http://www.theguardian.com Photograph: Kerstin Rodgers/Redferns

 

2.Questo divertente video in cui Amy Schumer e Anna Wintour si scambiano i ruoli

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Image source: http://www.cnn.com

 

3.Un’ode a Nora Ephron e alle sue parole

4.5 consigli per predersi cura delle piante grasse

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Image source: http://www.elle.it Plants Flowers Bank

 

 

 

 

This is just a short list of things I found and loved this week.

What are you doing this weekend? Are you doing the sun dance?

1.This article about Morrissey’s style

2.This hilarious video in which Amy Schumer and Anna Wintour swap their lives

3.An Ode to Nora Ephron and Her Words

4.Five tips for taking care of succulents

Anatomy of Casa Cook

 

Siete ancora alla ricerca della meta per le vacanze? Siete  in fuga  da un clima capriccioso e vagamente britannico?

Thomas Cook, l’agenzia di viaggi più antica del mondo, ha lanciato un nuovo concetto di hotel, Casa Cook, ed ha aperto il suo primo albergo a Rodi lo scorso maggio.

Il nuovo boutique hotel dispone di 90 camere ed è arredato con mobili vintage. Ogni camera è dotata di una piccola piscina privata.

“Un nuovo boutique hotel con uno spirito bohémien”.

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Casa Cook Rhodes è stato progettato in collaborazione con l’architetto Vana Pernariv, l’interior designer Annabell Kutucu e agenzia di design Lambs & Lions.

Casa Cook si rivolge ad una nuova clientela di giovani viaggiatori urbani, con una forte affinità per la moda e il design, e che è concentrata su un sano equilibrio tra vita e lavoro.

Ops, ho dimenticato di dirvi che questo favoloso hotel è esclusivamente per gli adulti.

È possibile trovare maggiori informazioni sul sito web di Casa Cook.

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Are you still looking for inspiration for your next holiday? Are you escaping this capricious and vaguely British weather?

Thomas Cook,  the world’s oldest travel company, launched a new hotel concept, Casa Cook, with the first hotel opened in Rhodes last May.

The boutique hotel has 90 rooms and vintage furniture. Each room comes with a small private swimming pool.

“A new boutique hotel with a bohemian spirit. For cosmopolitans that seek a laid-back and stylish holiday experience”.

Casa Cook Rhodes was designed in collaboration by architect Vana Pernariv, interior designer Annabell Kutucu and design agency Lambs & Lions.

Casa Cook targets a new growing clientele consisting of young urban travelers, with a strong affinity for fashion and design, and who are focused on a healthy work-life balance.

Oops, I forgot to tell you that this fabulous hotel is exclusively for adults.

You can find more information on Casa Cook’s website.

Everything is copy

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Nora Ephron in 1960s Photo Credit: Dan Greenburg/Courtesy of HBO

“Quando compro un libro, io leggo l’ultima pagina per prima: così, se muoio prima di finire, so quello che succede” aveva scritto Nora Ephron per Billy Christal in Harry ti presento Sally.

Io, di solito, non lo faccio mai. Ma nel caso della mia scoperta di Nora è stato così. Ho iniziato ad appassionarmi al suo lavoro solo alla fine. E’ stato dopo aver letto un articolo sulla sua morte, che ho iniziato a leggere i suoi libri e i suoi articoli.

E’ da lì che è nato il mio grande amore per Nora Ephron. Molte delle cose che ha scritto sono così incise nella mia memoria al punto che quando mi sono ritrovata a scegliere tra un cappotto nero e uno rosso mi  è balenato in mente che diceva: “Mai comprare un cappotto rosso!” e  a quel punto la mia scelta è stata scontata. Come quando ti capita di ricordare quella determinata cosa che ti ripeteva tua madre, tua nonna o tua zia.

Qualche giorno fa su Sky Arte ho visto “Tutto è ispirazione” (“Everything is copy“), il documentario  della HBO che ripercorre la sua vita, scritto e diretto dal figlio Jacob Bernstein.

Il titolo del documentario è una specie di mantra che riassume la vita di questa straordinaria giornalista, sceneggiatrice e regista. Figlia di due sceneggiatori hollywoodiani, la madre ripeteva ossessivamente  a lei e alle sue sorelle: “Tutto è ispirazione. Ciò che ti è successo diventa materiale da raccontare”. L’attenta osservazione dei minimi dettagli, dei singoli attimi, degli incidenti e delle situazioni infelici diventa materiale per una scrittura realistica e umoristica, capace di trasformare un qualsiasi evento  in qualcosa di interessante e spassoso. Questa è stata la grande abilità di Nora Ephron.

La sua vita è stata materiale di scrittura fino alla malattia. Quello è stato l’unico evento della sua vita  che non  ha condiviso con il pubblico e che ha tenuto nascosto  persino a molti dei suoi amici più cari.

Nel film Meryl Streep, Meg Ryan, Tom Hanks, Lena Dunham, Rosie O’Donnell, Rob Reiner, Steven Spielberg, Gay Talese, Mike Nichols, l’ex marito e padre di Jacob, Carl Bernstein (il cui divorzio ispirò il libro e poi il film “Affari di cuore“) e molti altri raccontano candidamente diversi aneddoti, spesso divertenti, eppure questa schiera di narratori lascia trapelare un senso di malinconia, quella di chi è stato lasciato solo e si sente spaesato.

La mia non poteva che essere una dichiarazione d’amore. Se non l’avete visto, fatelo. Concedetevi 89 minuti, magari con un pacchetto di fazzoletti a portata di mano.

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Nora Ephron in 2012. (photo: Hilary McHone/NY Magazine)

 

“When I buy a new book, I always read the last page first, that way in case I die before I finish, I know how it ends”, Harry (Billy Crystal) explained to Sally (Meg Ryan) in When Harry met Sally written by Nora Ephron.

It was right then that I fell in love with Nora Ephron. Many of the things she wrote are so engraved in my memory that even when I found myself choosing between a black coat and a red one I remembered what she said about red coats, “Never, ever buy a red coat!”, so my choice became obvious. It’s like when a particular thing your mother, your grandmother or your aunt used to repeat and suddenly that thing pops into your mind.

A few days ago I watched “Everything is copy” on Sky Arte, the HBO documentary on her life, written and directed by her son Jacob Bernstein.

The documentary title is a kind of mantra that sums up the life of this extraordinary journalist, screenwriter and director. Daughter of two Hollywood scriptwriters, the mother always told Ephron and her three sisters: “Everything is copy. Whatever happened in your life is material to be used in your writing.”  The careful observation of details, single moments, accidents and unhappy situations become material for a realistic and humorous writing, able to turn any event into something interesting and funny. This was Nora Ephron’s greatest ability.

She used her own life as material  for her writings but she never went public with her illness. That was the only event in her life that she did not share with the public and she had kept secret from even her closest friends.

In this documentary Meryl Streep, Meg Ryan, Tom Hanks, Lena Dunham, Rosie O’Donnell, Rob Reiner, Steven Spielberg, Gay Talese, Mike Nichols, Nora’s ex-husband and Jacob’s father, Carl Bernstein (whose divorce from Ephron inspired her to write the book novel and ultimately the screenplay for “Heartburn”) and many others candidly tell different stories, often funny, but yet this group of narrators exudes a sense of melancholy, the same feeling you have when you feel alone and a bit lost.

This post could not but be a declaration of love. If you haven’t watched it, then do it. Allow yourself 89 minutes and keep a box of tissues on hand.

Bert Hardy : Personal Collection

 

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“The Pool of London”, 1949.© Getty Images/Courtesy of the Bert Hardy Estate

Bert Hardy è stato un fotografo documentarista inglese.

Hardy è conosciuto per il suo lavoro come fotografo per il Picture Post Magazine neglj anni ’40 e ’50.

“Bert Hardy: Personal Collection”: Questa mostra presenta stampe d’epoca provenienti dalla sua collezione privata e che non sono mai state mostrato prima d’ora. E’ anche possibile acquistare le stampe.

La mostra, che si tiene presso la Photographers’Gallery di Londra è iniziata il 13 maggio e durerà fino al 3 luglio.

 

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“Ken Joy. London-Brighton Record Breaking Cyclist,” 1949. © Getty Images/Courtesy of the Bert Hardy Estate

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Gibraltar, The Combined Fleets Ashore,” 1954.© Getty Images/Courtesy of the Bert Hardy Estate

 

Bert Hardy was a documentary photographer. Hardy is best known for his work as a photographer for the Picture Post Magazine  during the 1940s and 1950s.  

“Bert Hardy: Personal Collection”: This exhibition showcases vintage prints drawn from his own private collection and have never before been displayed. The prints will also be up for sale.

The exhibition at London’s The Photographers’ Gallery started on May 13 and will last until July 3.

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“Sunday Morning at the Champs Élysées,” 1951. © Getty Images/Courtesy of the Bert Hardy Estate

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“Cockney life at the Elephant and Castle,” 1949. © Getty Images/Courtesy of the Bert Hardy Estate

 

Anatomie de la semaine

Questo è un breve elenco delle cose che ho trovato e che mi sono piaciute questa settimana.

1. 53 foto che raccontano la storia del Festival di Cannes

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Image source : Getty/AFP.

2.Il profilo Instagram BewitchedQuills di Annelies van Overbeek,  una giovane 17enne belga che con un po’ di trucco si trasforma di volta in volta nelle icone del cinema del passato come Audrey Hepburn e Vivien Leigh.

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Image source : Instagram account, BewitchedQuills

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Image source: Instagram account, BewitchedQuills

3. Trenta parole intraducibili

4.  Il nuovo libro Greenterior del duo belga Magali Elali e Bart Kiggen, i fondatori della rivista intervista online Coffeeklatch. Greenterior presenta le case di diciotto creativi da Anversa a New York, che hanno tutti una cosa comune –  la passione per le piante.

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Image source: Coffeeklatch

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Image source: Coffeeklatch

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Image source: Coffeeklatch

 

This is just a short list of things I found and loved this week.

1.53 Cannes Film Festival Photos That Will Take You Way, Way Back

2. Annelies van Overbeek’s Instagram account where this Belgian teeenager recreates iconic images of the likes of Audrey Hepburn and Vivien Leigh with the help of retro hair and makeup techniques.

3.30 untranslatable words

4. The new book Greenterior by Belgian duo Magali Elali and Bart Kiggen, the founders of the online interview magazine CoffeeklatchGreenterior showcases interior features on 18 creatives from Antwerp to New York, who all have one thing common – a passion for plants.